giovedì 3 aprile 2014

Ingegner medaglia d'oro

Caro destinatario,

quando ero piccola, o meglio, quando ero un’adulta bassa, conoscevo un ragazzo che era sicuramente destinato a cambiare il mondo perché era pazzamente geniale: aveva un cervello quanto una mongolfiera, un atleta formidabile, un simpaticone come pochi, ma aveva una pecca: voleva fare l’ingegnere. Ma si, uno di quegli con gli occhiali, i super secchioni che stanno sempre seduti al primo banco per compiacere anche il prof di educazione fisica, uno di quelli che quando fa la spesa usa le derivate per calcolare quanti kili di mele gli serviranno per sopravvivere tutta la settimana e che non compra una t-shirt se la manica non forma un perfetto angolo di 90° con il busto. Io però, da brava adulta bassa, guardavo quell’adulto alto con l’ammirazione che si conviene ai ragazzini nei confronti dei cantanti di Disney Channel, quelli che scalpitano e strepitano quando cantano stupide canzoncine in rima. Per anni il mio debole cuoricino è stato infranto, consapevole che quell’ingegnere avrebbe volato alto e che sicuramente l’avrebbero chiamato dalla NASA per una missione spaziale o che addirittura avrebbe collaborato con l’esercito americano o che ancora avrebbe custodito i segreti dell’area 51 in un ufficio con la targa in oro e il suo nome inciso sopra, urlando “Wattene via!” a tutti quelli che l’avrebbero importunato per portargli quel caffè che proprio lui aveva richiesto. 

D’altronde, gli ingegneri sono così: più sono secchioni, più fanno cose fighe.

Gli anni sono passati e lui realmente è diventato ingegnere, facendo sparire ogni traccia di sé e trasferendosi in qualche borgo nascosto lì nel nord a smanettare con chissà quali e quanti computer super tecnologici.
L’altro giorno poi, mentre passeggiavo tranquillamente per le vie di casa mia, vengo accidentalmente urtata, in modo brusco e sudaticcio, da un uomo che continua imperterrito la sua corsa, senza fermarsi. “Ehi!”, gli ho urlato. L’uomo fa dietro front, con lo stupore disegnato sul volto che per osmosi trasferisce anche a me. “TU!”, gridiamo all’unisono.
Quegli occhiali.. Era l’ingegnere!
“Cosa ci fai qui? Cosa ci fai così?” gli ho chiesto, senza attendere risposta. “Ho deciso di seguire il cuore: voglio diventare un maratoneta! Sono ancora un ragazzino, ho tanta vita davanti e voglio realizzare il mio sogno. Ho abbandonato tutto e ho dato la mia laurea a chi ne aveva bisogno”.
Ero decisamente sbigottita: va bene realizzare i propri desideri, ma quando si ha una certa età bisogna comprendere che con i sogni non si arriva alla pensione.
“devi essere fiera di me: l’altro giorno gliene ho suonate quattro a quello sbruffone di Zenone. Pensava di potermi battere con la sua tartaruga, che stolto! Gli ho concesso 10 mt di vantaggio, ma proprio non ce la faceva a starmi dietro; sarebbe stato un paradosso vero e proprio, pensare che potessi perdere contro una testuggine! Ho portato anche la fiaccola alle olimpiadi, sai? Correvo così veloce che per un momento ho pensato che la fiamma facesse fatica a stare al mio passo. Ah ah ah!”.
Il mio sbigottimento era senza limiti, soprattutto quando mi raccontò di quanto fosse convinto che la birra fosse il “sol che move le gambe e altre stelle”, sostenendo che la sua tartaruga rovesciata gli concedesse la giusta spinta per arrivare lontano e dimostrandolo sempre con quelle famose derivate con cui anni prima contava i kili di mele.
Ah, caro dottor inzignere, quanto ti voglio bene!, ma se continui così farai la fine di Filippide: quell’emerodromo vanitoso corse per ben 42 km, da Maratona ad Atene, morendo stremato appena giunto a destinazione. 

Per questo ti consiglio di tornare a fare l’ingegnere, 'chè sei più utile da vivo che spennato; in caso contrario.. ti serve ancora quella targa d’oro?

2 commenti:

  1. L' "Ingegner"4 aprile 2014 10:07

    Cosi come il Mare lo è di Calore,
    Tu sei una Sorgente di Buon Umore ... Infinita.
    :)

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  2. Tesoro...ma lo sai di essere proprio tanto tanto brava?...

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