venerdì 13 maggio 2016

Un romantico a Milano - Cupido

Quando nacque Cupido io non c'ero. Forse c'erano i Baustelle, perchè poco dopo uscì il loro "Un romantico a Milano" e sono sicura si riferissero a lui perchè non è facile identificare un romantico in una grande e caotica città come quella di Milano. Forse. 
Cupido è figlio del caos, lo sapevate? (eccert): figlio della guerra e della bellezza, da qui "l'amore non è bello se non è litigarello". Ma l'amore non è bello neanche se non c'è, caro mio.
Anche Cupido soffrì le pene d'amore, perchè se è vero che lo scarparo va con le scarpe rotte, anche l'arco di Cupido doveva avere qualche difetto. Come per Proserpina, anche nella storia di Eros Cupido troviamo la suocera furibonda: 
- "specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella dell'Olimpo?"
- "tua nuora, cara Venere". 
Una storia d'amore nata e morta nello stesso momento.
Venere volle farsi forza del cuoredimamma, chiedendo al figlio di sbarazzarsi della povera ed innocente Psiche ma egli, stufo dei continui "fai questo 'ammamma, fai quello 'ammammatua" (aveva superato i trenta, ci sta), s'innamorò della fanciulla e ZAN ZAN la sposò, nonostante fosse ella una comune mortale (una specie di Principe William e Kate).  Psiche non avrebbe mai dovuto guardare suo marito, il dio avrebbe potuto sciuparsi, ma un giorno, mentre Eros mangiava la zuppa, egli si macchiò il pannolino (quello famoso del biondino) e Psiche non potè fare a meno di guardarlo per sgridarlo in quanto aveva appena finito di stirarlo. Cupido, a questo punto, dovette punirla sparendo dalla sua vita insieme al giardino e alla casa: io, al posto di Psiche, sarei stata contenta se almeno la casa me l'avesse lasciata.. vabbè.
Psiche corse dalla suocera: "Mammàààà, mammàààà! Aiutm tu!" e si disperava, e piangeva, e quando cominciò a sbavare sull'orlo del vestito D&G della dea, ella s'impietosì e le diede alcune prove da affrontare per meritare il ritorno del marito. Clemente, la femmina.

Psiche, mossa dall'amore tremendo che aveva nei confronti di quel mammone di Cupido, superò brillantemente le prove ma all'ultima.. Venere, infatti, le diede un vaso in cui avrebbe dovuto raccogliere un po' della bellezza della famosa Proserpina - di cui vi parlai precedentemente -  manco fosse la parmigiana di melanzane da portare alla vicina, ordinandole di non aprirlo assolutamente. Ma, si sa, la curiosità è donna e la disgraziata non rispettò i patti: aprendolo, cadde in un sonno profondo.

Cupido, che nel frattempo se ne andava in giro per il mondo a scoccare frecce a caso facendo innamorare povere disgraziate di persone che neanche le cagavano e "beccando" un po' qua e un po' là, si ricordò di avere una moglie e andò a cercarla (più che altro perchè si era stancato di mangiare tutti i giorni la pasta con il burro, non sapeva fare altro). Quando la trovò, la ragazza russava terribilmente. Per porre fine a quella cacofonia e anche perchè un po' l'amava, egli rimise il maleficio nel vaso e Psiche venne trasformata in una dea, a dispetto della suocera. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso, da lì il detto.

Insomma, perchè vi ho raccontato questa storia? Perchè io Cupido lo porto un po' sull'.....arco. Alla fine dei conti il mito ci insegna che va pure bene lasciarsi andare all'ammore libero purchè si abbia sempre qualcuno da cui tornare.. oppure no, questo non c'entra niente. 
La vera morale della storia non esiste: nella vita vera esistono solo la grammatica, il sesso e l'amore. Forse di quest'ultimo spesso si fa a meno ma vi prego, vi scongiuro, alla grammatica non rinunciate mai: v'immaginate Psiche che fa tutto quel casino per uno che comincia la giornata con un "Se io potrei"?     

*In questo post non sono state maltrattate suocere.

giovedì 21 aprile 2016

Hänsel, Gretel e le briciole da dimenticare

Costeggiavo via del campo - non la famosissima, amata, di Faber ma la mia, quella che già da lontano mi ispira odore di casa - e guardavo il cielo. Guardavo il cielo e un paio di uccellini di razza ignota ("uccellologia" non era prevista tra le materie di studio, allo scientifico, né ho mai aspirato a diventare avicoltrice o ornitologa, ma non stiamo qui a perderci in uccellate) poggiati su un cavo dell'alta tensione.

Ricordai quella volta - era un pomeriggio e facevamo il rientro a scuola per saltare il sabato che era sempre una festa - in cui c'era lezione di scienze con la maestra Ada e stavamo studiando gli animali e le loro peculiarità e la classificazione scientifica. Uno dei miei compagni, non riesco a ricordare chi, attirò l'attenzione con una domanda che ci lasciò spiazzati (non avevamo neanche fatto la comunione, che pretendete.. al tempo si era innocenti, a quell'età): "Maestra, perchè quegli uccellini non prendono la scossa? La mamma mi dice sempre che non devo toccare i cavi altrimenti rimango fulminato (presupponiamo che sia stato un maschietto a fare la domanda o presupponiamo che non ci importi)".  
Silenzio e tanta pretesa, questo c'era nell'aria.
La maestra Ada era bravissima a disegnare, la lavagna era la sua tela e il gesso il suo pennello e cominciò a riprodurre una versione cartoonizzata di un paio di uccellini innamorati su un cavo dell'alta tensione.
"Facciamo finta (da leggere con accento romanesco, meravigliosa donna) che gli uccellini si trovino in un campo pieno di fili della luce. L'uccellino che tocca un solo cavo si gode il bellissimo pomeriggio di aprile (n.d.r.), quello che tocca due cavi contemporaneamente, invece, cade a terra stecchito.. Perchè?"
Sguardi fuori, a cercare una risposta dal cielo, "perchè l'ha detto l'uccellino, perchè sì, perchè è stato avventato!", vorremmo dire. E invece non diciamo niente e aspettiamo di ascoltare.
"Perchè la corrente passa solamente attraverso un corpo che è a contatto con due zone con diversa carica di energia. Ora riformulo la domanda: perchè l'uccellino non prende la scossa e tu si?"
"Perchè io ho i piedi a terra!"
"Esatto. Gli uccellini insegnano che non è sempre un male avere la testa tra le nuvole"

Risate di bambini ed una spiegazione che, anni dopo, avrei ricordato costeggiando la via di casa. Com'è buffa la vita.
Guardando l'orologio e ricordando che fosse ora di pranzo, ho pensato alle briciole degli uccellini e alle briciole della mia vita: ogni evento importante o meno, una briciola. Ogni persona incontrata, una briciola. Ogni sbaglio, ogni sorriso, ogni lacrima.. una briciola. Abbiamo il passato pieno di briciole, come il sentiero di Hänsel e Gretel disseminato di tante briciole (o sassi) per non perdere la strada di casa.
Le nostre briciole sono le luci del faro che splende nella nostra vita: quelle più forti sono il nostro riferimento fisso, quelle più flebili, quasi spente, sono le briciole che possiamo anche lasciarci alle spalle. Le tasche piene di sassi - alla Jovanotti - alla lunga pesano, cominciano a far male, dunque siamo costretti a lasciare qualcosa a terra che ci alleggerisca l'anima ma che riempiranno quella di qualcun altro che, camminando e sentendosi smarrito, troverà in quello una nuova spinta per andare avanti.
Siamo il risultato delle briciole che decidiamo di tenere con noi e dei sassi che pesano sul nostro cuore, nient'altro. Allora pensavo anche che per volare in alto e non prendere la scossa, è necessario il cuor leggero, quello che non ha paura di rinnovarsi e di scoprirsi.
Come un uccellino incauto, come Hansel che si fa furbo portando con sè il necessario a non perdere la strada di casa, così dovrebbe essere la nostra esistenza: momenti di lunghe folate di vento, camminando su un filo sospeso, con la paura di perdere l'equilibrio ma senza cadere mai.          

lunedì 11 aprile 2016

Proserpina e l'amore con contratto a progetto

Quando ero piccola (e, per certi versi, tuttora), mia madre mi regalava storie. Me le raccontava, me le leggeva, le inventava, forse perchè sentiva in grembo (altrimenti sarebbe stata una madre scellerata) che da grande avrei fatto lo stesso.

Più che inventarle, a me le storie piace riscriverle. Non è improbabile che sia cosa comune di quelli che amano, adorano, IMPAZZISCONO per i libri e che non di rado avrebbero voluto che il finale andasse verso una determinata direzione piuttosto che in un'altra o che il matrimonio di quella che, nei libri precedenti, aveva casualmente incontrato l'uomo della sua vita avanti al banco dei salumi e che questo le avesse chiesto subito di sposarla mettendo di nascosto un anello nel cartoccio delle mozzarelle perchè all'amore a prima vista non si dice mai di no, andasse miseramente, tragicamente FELICEMENTE IN FUMO.
Mia madre mi raccontava le storie della mitologia greca: una sera la tela di Penelope, l'altra la storia di Narciso innamorato di Narciso e via dicendo, ma quella che amo maggiormente è il mito di Persefone.

Persy, o Prosèrpina o Proserpìna, che chiameremo semplicemente Pina per non lasciare spazio ai dubbi e alle ingiurie dell'Accademia della Crusca, era figlia d'arte (papà Zeus non sbaglia un colpo) e di terra da parte di madre (Demetra). C'è da dire che Pina e Demetra sono un po' la versione femminile di Dio e Gesù, in quanto l'una è l'incarnazione dell'altra: le religioni sono sempre così poco fantasiose..
Insomma, perchè si parla tanto di MITO DI PROSERPINA? Cos'ha fatto di tanto eclatante questa dea della terra? Bene, Pina fu protagonista del primo caso registrato nella storia di matrimonio combinato. Ma andiamo per ordine.
Pina e Demetra decidono di uscire a fare una scampagnata approfittando di una bellissima giornata di primavera. La ragazza si spinge troppo oltre il limite imposto dalla madre e si perde, uscendo di scena in un modo molto più che teatrale: la terra si spacca in due lasciando uscire quattro Thestral spaventosi che rapiscono la giovane. Ovviamente, come nelle migliori sceneggiature siciliane, nessuno ha visto e/o sentito niente.
Che disperazione colpisce il cuore di Demetra! La donna comincia a cercarla in lungo e in largo finchè la vicina di casa, la dea della notte Ecate, le suggerisce di chiedere a Sole, "che quello, da lassù, tutto vede..". Via, verso l'infinito!
Quel lecchino del Sole le risponde semplicemente che "tra moglie e marito non si mette il dito" e Demetra capisce al volo che c'è lo zampino di quel fetente ingravidadonne di Zeus.
Demi è sconvolta, manda a quel paese Zeus e i parenti tutti, abbandona l'Olimpo e assume le sembianze di una vecchia, vagando per terra e per mare e arrivando in Grecia.
La furba e vendicativa madre decide di rendere infruttuose le terre, provocando morti e carestie e spingendo Zeus a scendere nuovamente a patti con il fratello e genero Ade, ritirando il contratto a tempo indeterminato e scambiandolo con uno a progetto: avrebbe lasciato che sua moglie rivedesse la luce del sole per 2/3 dell'anno a patto che questa mangiasse alcuni chicchi di melograno, simbolo del ritorno a casa. Cornuta e precaria.
Ovviamente Demetra ne gioì e tutto intorno a lei crebbero fiori e magnifici frutti e tutti vissero felici e contenti.

MORALE DELLA STORIA: chi ama vi lascia liberi. E, se così non fosse, scegliete di andare a vivere in campagna, lontani da vostra suocera e attorniati da file e file di alberi di melograno. Saranno sì entrambi una palla, ma almeno i secondi riempiono lo stomaco.


                                       

giovedì 17 marzo 2016

Masterchef e il misterioso caso dello spuntino di mezzanotte

Caso Masterchef: non un delitto, non una malattia, non un tradimento premeditato bensì un espediente ben riuscito per intrattenere i neuroni senza eccessivi sforzi di apprendimento ma completamente deleterio per gli stomaci molto profondi. Perchè? C'è da chiederselo?
La particolarità di Masterchef è che in 30-40 minuti di programma, 25 sono occupati dai lunghissimi nomi di piatti:



Assaggi di delizie morbide o stagionate con miele e gemme fruttate (miele e formaggio)
Fantasia di conchiglie al sapore di pomodoro e odore di basilico (pasta al pomodoro)

e via discorrendo, che magari ne sapete più di me. Indubbiamente alcuni di questi piatti hanno una bellezza straordinaria che solo a guardarli ti vien voglia di mangiare piatto, contenuto e chef insieme, il problema sussiste nel momento in cui TUA MADRE, la donna che ti ha generato e che ha promesso che mai ti avrebbe tradito, ti propina una Armonia di appetizer dopo 8 ore di lavoro che tu hai fatto chissà quali film mentali immaginando le prelibatezze contenute in quel piatto per accorgerti, una volta arrivato a casa, che in realtà si tratta solamente di patatine e olive. Tutto ciò è assolutamente devastante nella crescita fisica e psicologica di un individuo.

Vi voglio raccontare una storia che io stessa ho appreso mentre aspettavo che mia madre mi preparasse 4 primi, un bue intero e una cascata di dolci dopo essermi ribellata alle patatine che mi avevano solo aperto lo stomaco: siamo nel Milleseicentoequalcosa, a Parigi (nascono sempre belle storie, a Parigi) e il giovane 22enne François Vatel (Francesco Vitello, in francese fa più figoh. Un po' come Francis Bacon, altre sì conosciuto come Ciccio Pancetta) viene chiamato e richiesto a corte dal nientepopodimenoche sovrintendente alle finanze Nicholas Fouquet (leggete FUCHè). 
Il giovane Francesco è estasiato da tanto oro, ricchezza e sfarzo, avendo cominciato la sua carriera come apprendista pasticciere in un piccolo locale di proprietà del padrino del fratello (quando si dice "avere le giuste conoscenze"). 
Tornando ai giorni non nostri: Fuchè istruisce il giovane Francesco affinchè non sbagli una virgola nell'organizzare il banchetto d'inaugurazione del castello di Vaux-le-Vicomte e Francesco lavora assiduamente, giorno e notte, per creare (tra le tante cose o forse è venuta fuori per sbaglio) una delle ricette più amate dalle dita immerse nelle coppe e dalle zeppole il giorno della festa del papà. Non avete ancora capito di cosa parlo? Andiamo avanti.
Fuchè è così ricco da servire anche il semplice finocchio in piatti d'oro massiccio e questo non può che esaltare ulteriormente l'aspetto dei piatti di Francesco. D'altra parte, tale Luigi XIV storce il naso nel sapere di tanta ricchezza che avrebbe potuto comprometterlo e decide di farlo incarcerare.
Francesco ha paura e scappa via ma, sapendo dal re in persona che sarebbe soltanto stato trasferito altrove, rimane in Francia presso il castello di Chantilly (avete capito, adesso?). Per l'occasione, Francesco prepara anche la sua Chantilly su letto di frutta accompagnata da dolce pasta friabile con frullato di fragole (una specie di macedonia con biscotti e crema, ideale per la merenda del pomeriggio) per Luigi II che lo nomina contrôleur général de la Bouche, controllore generale dei pasti, un po' come i vecchietti che osservano i lavori dei cantieri.

Il re vuole organizzare una gran festa in onore del re con numerosi invitati e con prelibatezze del tutto nuove. Quel 24 aprile del 1671 sarebbe stato ricordato per sempre (la notte di Inchiostro di Puglia del re).
Ma qualcosa, inevitabilmente, rovinò tutto.

Come andò a finire non voglio dirvelo (probabilmente non vi ho raccontato nulla), ma finire la storia con Francesco che si ammazza per un errore in cucina non è proprio il massimo. 

Tutto ciò per dire cosa? Che le cose più semplici sono quelle meglio riuscite. 
Se Fuchè non avesse preteso anche i piatti d'oro per il suo banchetto, a quest'ora magari sarebbe comunque rinchiuso in cella ma per altri motivi. E se Francesco non avesse voluto esagerare nel preparare qualcosa più grande di lui, probabilmente non si sarebbe trafitto il corpo con tre coltellate per l'onta. E ancora, se il sinonimo di alta cucina non fosse piatto vuoto, a quest'ora gli chef non avrebbero sulla coscienza la caponata di melanzane per lo spuntino di mezzanotte per colpa di  

Uovo 13 minuti con asparagi e San Daniele croccante. E' solo un uovo con una striscia di bacon.




giovedì 10 marzo 2016

E se i topi avessero avuto nipoti?

Domani sarà palindromo. No, non credo che numeri o parole così portino fortuna o altro, la superstizione non trova pane di questi tempi, semplicemente il palindromo è una cosa che mi ha sempre affascinata. 

Palindromo è una parola che viene dal greco e significa "che corre all'indietro" e ritengo che calzi a pennello: le parole, frasi, numeri e nomi palindromi hanno l'elegante presunzione di avere sempre un senso, da qualunque parte le si voglia prendere. Tranne che in giro, ovviamente, i palindromi sono in gamba e non si lasciano fregare.

A proposito di palindromi, io che amo i miti e le leggende sono andata a ficcanasare alla ricerca di miti e/o leggende che documentassero un po' la storia e la nascita di questi birbanti della grammatica ma quello che ne ho ricavato è stato solamente un nome: SOTADE.

Sotade è stato un poeta greco un po' osé, in quanto amava comporre poesie oscene sperimentando un tipo di metrica che porta il suo nome. Non abbiamo, ad oggi, testimonianze di come il nostro amico a luci rosse scoprì che esistevano parole o frasi che, lette al contrario, erano esattamente uguali ma io un'idea ce l'avrei:

siamo nel III secolo a.C. e i rappresentanti della scholè di Maronea decidono di indire assemblea d'istituto il venerdì di tal settimana e derattizzazione per il sabato. Una gran festa, quei giorni, per i ragazzi che sarebbero stati in giro a bighellonare.
Sotade, in cerca d'ispirazione in posti che non fossero i soliti bordelli (a quei tempi pienamente legalizzati e quindi privi di ogni piacere legato al proibito), quel sabato mattina si confonde tra i ragazzi felici di quelle ore in più di libertà. Cammina cammina, eccolo che arriva dinnanzi alla scuola che stava venendo disinfestata da cima a fondo (ai tempi, la derattizzazione avveniva tramite le classiche trappole di formaggio accompagnate da un operaio armato di scopa e retino per la cattura. Spesso ci volevano delle giornate intere perchè i topi sono furbi): "Buon uomo!", dice Sotade ad uno degli operai che, alle 10 del mattino, stava divorando un panino con la mortazza. "Buon uomo, come procedono i lavori? I ragazzi riavranno presto la loro scuola?". L'operaio, con la bocca piena, risponde "Cefto. Non erafno molti, disciamo che i topi non avevano nipoti!" ridendo e lasciando basito il poeta che non aveva mai sentito quella frase strampalata.
Sotade corre a casa e trascrive quella frase, studiandola, scorticandola e traducendola in tutte le lingue da lui conosciute (e non) quando EUREKA! si accorge che l'insensatezza di quella frase trova senso in se stessa: letta al contrario, era uguale. 
Tale scoperta aveva così eccitato il poeta da render necessaria una capatina da ADA del bordello, tutto il resto è storia. 

Non so se Sotade dedicò strofe intere alla sua scoperta, quello che so io è che stasera ho imparato una grande lezione: il nostro essere speciali non deve essere condizionato dall'appartenenza o dipendenza da qualcuno, il senso unico di sè trova la massima espressione nel pensiero e nell'azione che può essere liberata senza alcuna catena.

E che domani sia un giorno di fortuna o di piacevoli casualità, tutto quello che non è accaduto appartiene all'universo dei se e dei ma che non hanno mai fatto storia. E a noi, che siamo irrimediabilmente curiosi e desiderosi sempre di nuove scoperte, le storie piacciono un sacco.  
      

mercoledì 18 novembre 2015

Gli atei annoiano perché parlano sempre di Dio

Con il suddetto post, secondo l'articolo bla bla, io sottoscritta mi assumo tutte le responsabilità, le conseguenze e le cause di quanto sto per dichiarare.

Premetto di esser parte della cerchia degli atei, degli agnostici, degli atei agnostici, insomma: io, del Dio di cui parlate voi, non ho mai visto traccia, non ho mai visto segno nè ho mai avuto apparizione con tanto di fascio luminoso che cade da un gancio in mezzo al cielo (per dirlo alla Baglioni: finalmente ho capito cosa significava quella frase!). 
Mia madre mi ha sempre inculcato i precetti di libertà in tutte le sue sfaccettature ed io, tra queste, mi sono appropriata della libertà di non credere e di dirlo senza vergogna. 
Parto con le mie solite divagazioni che sicuramente non andranno a schiantarsi su alcun muro. 
Come quei mariti che, nonostante il divorzio, non fanno altro che parlare della moglie, c'è questo strano modo che hanno "quelli che non credono" - i divorziati da dio, diciamola così - di sapere tutto sugli eventi ultraterreni avendo quasi la PRESUNZIONE di esser certi di quello che dicono (e vado anche contro di me, ma non posso farne a meno.. gli atei sono una brutta razza). Non per niente, Woody Allen disse " Per te io sono un ateo. Ma per Dio, io sono la leale opposizione ". Se ci pensate, ciò che distingue il credente dal non credente è la DOMANDA: ci si interroga sulle cose, si fanno domande a cui però non giungono risposte e a quel punto la fede comincia a barcollare.. fino a cadere totalmente.
Quando ero alta un metro e un'aureola mi è stato insegnato che l'uomo, milioni e milioni di anni addietro, ha INVENTATO la religione per darsi conforto, per assegnare a qualcuno il perchè delle cose inspiegabili che gli accadevano intorno. Oggi a dio sono imputate colpe, per i fanatici estremisti dio è la scusa che pulisce la coscienza. Che poi, se al mondo non ci fosse dio alcuno i fanatici esisterebbero comunque, solo che avrebbero altri modi di giustificarsi. Ecco, dio è la giustifica che la mamma firma al proprio figlio quando salta la scuola.
Dio è nato con l'uomo e con esso stesso morirà, perchè non può farne a meno! Quando Nietzsche scrisse uno dei passi più famosi della filosofia moderna (Dio è morto, Dio è morto e noi l'abbiamo ucciso), voleva dire proprio questo: quando l'uomo ucciderà dio, quando non crederà più nell'esistenza dello stesso, allora sarà smarrito. Il mondo non avrà ordine, i valori non avranno più valore, la bussola comincerà a girare senza sengnare più la direzione esatta. Quel che non mi torna è il fatto che l'uomo non ha ucciso dio ma non ha comunque più ordine. Allora ritorno a quello che pensavo prima: l'uomo non ha bisogno di dio, ha bisogno di una scusante che possa sollevarlo da ogni colpa.
La bellissima metafora di Nietzsche del mare aperto rappresenta ciò che l'uomo dovrebbe operare al fine di giungere allo stadio superiore di se stesso: migliorare il proprio io per migliorare gli altri. 
Se io sono la somma delle persone che mi circondano, anche io sono la persona che circonda altre persone. Se miglioro me stesso, indirettamente posso migliorare anche gli altri senza avere bisogno di inculcare loro i miei precetti, il mio credo materiale, il mio pensiero..  e viceversa, senza ledere alcuna libertà (il fulcro del miglioramento è la scelta che facciamo ogni giorno tra un'infinità di variabili che ci toccano da vicino).
Ognuno si senta libero di credere o di non farlo, ma cerchiamo di evitare TUTTI di indottrinare altra gente perchè potremmo essere influenza e non medicinale.

Ma tornando al titolo di questo post: perchè gli atei parlano sempre di dio? Io credo che non sia proprio così. Non immaginiamo gli atei come una schiera di esauriti che, non sapendo cosa fare, cominciano a buttare smentite su quello che dice la bibbia. Questo è solamente un luogo comune.
Possiamo dire che un ateo che parla di dio e un credente che parla di dio stanno tra loro in un rapporto di proporzione diretta se coesistono, inversa se non si cagano assolutamente.
La verità è che ognuno conduce la vita che preferisce. Ma poi, viviamocela come viene! In fondo, anche dio è ateo.

mercoledì 28 ottobre 2015

Biancaneve e i sette vegani

"Mangiare carne rossa fa venire il cancro" e tutti con le dita in gola cercando di rimettere la fiorentina trangugiata a pranzo (e, visto che ci siamo, anche quella della merenda a metà mattinata).
Certo è che tutto questo marasma ha gonfiato ben altra carne e l'ego di vegetariani, vegani e affini, perché no, perché loro questo lo sapevano da tempo senza che ci si mettesse l'OMS, l'IARC e l'agnello che spera di non essere sacrificato per Pasqua inventandosele tutte. Fermo restando che non credo assolutamente in una teoria complottista di tal V per Verdura che cerca di convertire un mondo di poveri carnivori disgraziati destinati all'inevitabile dannazione, per sdrammatizzare mi son raccontata la favola di Biancaneve e i sette vegani.

Allora, c'era quella famosa volta una bambina pallida che bla bla bla rimase orfana e condannata a sottostare alla malignità e ai soprusi della matrigna vegana. Un giorno la strega madre chiese al fruttivendolo di condurre la ragazza nel bosco, ucciderla a suon di sedani in testa e portarle il suo broccolo biologico che avrebbe mangiato nel minestrone quella sera stessa. L'innocente fruttivendolo non poté adempiere alla pazzia comandatagli dalla strega, così aiutò la ragazza a scappare e, a sfregio, portò al castello della matrigna un broccolo proveniente da colture non controllate.
Biancaneve corse nel bosco a più non posso fino ad incontrare la casa dei sette vegani, piccolo esseri dai colori della natura che coltivavano la terra per provvedere al proprio sostentamento.
"Eihò Eihò, andiamo a coltivar.."
Biancaneve soffriva la mancanza della carne, tanto che sognava ogni notte di mangiare una bistecca fumante e stringeva forte il ciondolo a forma di spiedino di bombetta regalatole dal padre come talismano dopo che venne a conoscenza della "particolarità" della matrigna. "Ricorda, a papà, che gli uomini vanno e vengono ma una bistecca è per sempre!". Ecco perché quando bussarono alla porta di casa dei vegani e Biancaneve si trovò davanti una nonnina con un piatto di carne con le patate, la ragazza si fiondò senza tanti crismi.. morendo sul colpo.
I vegani furono combattuti circa l'attuazione della funzione funebre, si trattava pur sempre di suicidio e questo non è ammesso dalla chiesa!
La posero, in ogni modo, in una vetrina da macellaio (per contrappasso) al centro del bosco cantando la canzone dei legumi addolorati.
Passò di lì, per caso, un principe che stava mangiando un panino con wurstel e patatine e pensò bene di baciare la ragazza che, sentendo il profumo della carne e del fritto (accoppiata davvero mortale) e il sapore della salsa barbecue sulle labbra, si svegliò intonando l'alleluia.

Morale della favola: Mangiate quel che vi pare che la vita è troppo breve per non imsaporirla nel modo in cui crediamo più giusto!

PS. la strega morì qualche giorno dopo, affogandosi con un pisellino Findus.